Barone Treves de Bonfili Ing. Gastone
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Gastone Treves de Bonfili 1877-1967 L’ ing.Treves era  un attivissimo e ricchissimo latifondista di storica e nobile discendenza (come attestano gli omonimi palazzi in Padova e Venezia), era  geniale, precorritore dei tempi e di molteplici interessi. VILLA BRAGADIN E' un complesso di notevoli dimensioni un tempo di proprietà della famiglia dogale dei Bragadin,poi Treves quindi Centin. L'edificio risale al XV secolo anche se alcuni interventi successivi ne hanno modificato in parte la struttura. Oggi l'intero complesso,dipinto di colore rosso pompeiano e restaurato dal barone Gastone Treves de Bonfili,colpisce per la sua grandiosità e per la vastità sia della residenza che dei rustici annessi;oltre 50 sono infatti le stanze della villa. L'importanza storica della tenuta agricola Corradina deriva dal fatto che per la prima volta al mondo venne in essa sperimentata (su iniziativa del proprietario: Barone Treves De Bonfili, Ingegner Gastone) la “aratura elettrica mediante produzione propria della stessa energia”, generata da turbine idroelettriche installate in una apposita derivazione del canale Bussé.
Da ci sìto a giornàda? Son sóto Trevese. Uno dei maggiori proprietari latifondisti di Vangadizza era il barone Gastone Treves, proprietario di circa tremila campi e decine di fattorie solo nella nostra zona, di origine ebrea che, risiedendo a Padova, faceva condurre e amministrare le sue proprietà da fattori, castaldi e capo omeni del luogo. A Vangadizza possedeva i fondi Cannavecchia, Rosta, Cavalle, Tezzon, Fioretta, Bragadina. Nare a giornàda,  cioè lavorare sóto parón significava lavorare alle dipendenze di un proprietario.  Alla sera prima d’andare a casa el castaldo l’ordenàva, dava gli ordini per il lavoro del giorno dopo e diceva che arte bisognava portare. La giornàda scomiziava al sorgere del sole e la finéa al tramonto, bisognava presentarsi al mattino presto in anticipo sull’ orario di lavoro in corte dal fattore con le arte. El fattore chiamava le persone che servivano e l’arte necessaria. Chi era sprovvisto dell’arte richiesta perdéa la giornàda. Per arte si intendeva in linea di massima: el baile, la vanga, la zapa, la forca, el restèlo, el fero da segare,…. Esistevano infatti decine di arnesi da lavoro che ogni contadino conservava in casa nel cantón de le bele arte, cioè dietro la porta della sala. Moltissimi erano gli abitanti di Vangadizza e dei paesi vicini che prestavano il loro lavoro alle dipendenze del barone Treves, perché oltre a coloro che erano addetti ai lavori di giornata c’erano i salariati (braccianti agricoli stipendiati con contratto annuo). Uomini, donne e ragazzi andavano a giornàda. Poiché centinaia erano i lavori da fare manualmente, i ragazzi erano impiegati quasi sempre a parare le bestie, cioè ad accompagnare gli animali da tiro tenendoli per la brija mentre si arava, si seminava, si passavano i àrpeghi, el diaoleto, el rugolo o la zapacavàlo. Questo lavoro durò fino all’arrivo dell’aratura elettrica. Il barone Treves fu infatti uno dei primi agrari ad usare per i suoi campi questo tipo di innovazione tecnologica producendo in proprio l’energia elettrica sul fiume Bussè in località Bragadina. Le donne erano addette a médare il frumento con la messóra par fare le manà, a legare le coéte con i balzi, a restelare el fien o le strepole, a raccogliere la bula, a infilare i ferri per le balle di paglia formate dalla pressa della macchina della trebbia, a raccogliere il tabacco, a seguirne i lavori di essiccazione e imballo nei secatoi. Gli uomini seguivano i rimanenti lavori pesanti che erano moltissimi. Tutto questo durò fino agli anni 50 quando con l’arrivo della meccanizzazione non ci fu più bisogno di tutta questa manodopera. Questa modesta descrizione dei lavori di chi andava a giornàda è solo una piccola parte di tutto quello che ci è stato raccontato dai nostri nonni (fatiche, sacrifici, umiliazioni, ecc). Per essere più precisi ed esaurienti non basterebbe un libro. Lucio Martinelli